Il possibile perché di una richiesta di aiuto

Ognuno di noi, nella nostra vita, è costretto ad affrontare eventi più o meno traumatici che fanno sì parte del ciclo evolutivo, basti pensare a malattie, lutti, abbandoni, separazioni, divorzi, nascita e molto altro, ma che non sempre siamo in grado di affrontare in maniera adeguata e funzionale.

Ogni crisi che ci si presenta ci costringe a rivedere la nostra vita, le nostre azioni, i nostri pensieri. Allo stesso tempo una crisi, dal greco κρίσις, – separo, indica “un momento che separa una maniera di essere o una serie di fenomeni da un’altra differente”. Nell’idea di crisi sono quindi incluse sia la nozione di problema e sia quella di superamento del problema. La crisi è tale proprio in quanto avviene questo passaggio: opportunità preziosa per poter rivedere e cambiare modelli e teorie fino a quel momento utilizzati, ma che nel presente non si rivelano più efficaci.

È un momento di profonda osservazione di noi stessi che può essere caratterizzata da sensazioni di smarrimento, dolore, sconforto, ansia, depressione, angoscia, stati emotivi che ci sovrastano e verso i quali ci sentiamo quasi impossibilitati nel trovare una soluzione. È in questo frangente che spesso si inserisce l’idea di poterci rivolgere alla figura dello psicologo o, psicoterapeuta, aprendosi un oscuro scenario di domande e dubbi su chi è, cosa fa e su cosa aspettarsi al primo colloquio.

L’incontro con lo psicologo: cosa possiamo fare insieme

Nell’immaginario collettivo, la figura dello psicologo/terapeuta porta con sé tante sfumature quante sono le proiezioni che su di esso riusciamo a porre: da chiaroveggente, a curatore di matti, matto ed eccentrico pure lui, inarrivabile..é solo per ricchi, giudicherà o no? Avrà la bacchetta magica , avrà consigli utili, ne saprà più di me, risolverà’ tutto! fino a..non capirà nulla, starò io a parlare e lui in silenzio..allora me la cavo bene da solo, che può saperne lui di me,..se vado dallo psicologo è un po’ come arrendermi, devo farcela da solo!!

Di certo lo psicologo/terapeuta non ha risposte o consigli da dare. Questo sarebbe come sostituirsi alla vita delle persone che, se in un momento del loro percorso si rivolgono a questa figura, è perché in cerca di aiuto, di risposte, di comprendere e superare momenti difficili e di essere in grado di affrontare stati emotivi giudicati invalidanti, come spesso può essere uno stato di ansia, angoscia o depressione.

Quello tra lo psicologo e l’individuo che entra nella stanza di terapia, è un vero e proprio incontro, che prende vita da un profondo rispetto per quella persona. Da questo incontro nasce la possibilità di costruire insieme un percorso di aiuto e sostegno, che possa permettere a quell’individuo, unico nella propria storia di vita, di entrare in contatto in maniera più utile e funzionale con ciò che gli accade, da stati di ansia o angoscia, depressione o profondo sconforto, e questo avviene attraverso l’osservazione e la riflessione su di sé nella relazione con l’altro.

Un incontro in termini di esperienza all’interno del quale appunto osservarsi, prendere consapevolezza di sé nel qui ed ora, delle proprie scelte, delle proprie teorie, per rimetterle in discussione lì dove queste non fossero in qualche modo più utili ad affrontare il dato momento del presente. A volte sono le teorie di noi, di come funzioniamo e di come funziona il mondo circostante e impedirci di accedere a ciò che in quel momento stiamo sperimentando, così come altre invece sono le nostre sensazioni ed emozioni, percepite come sovrastanti, che invadono con violenza lo spazio mentale (e quindi di riflessione e pensiero) tanto da impedire di poterci riconnettere con queste.

Mi capita molto spesso che le persone che si presentano da me per la prima volta vengano con la chiara richiesta di “eliminare qualcosa”: che sia questa l’ansia, il dolore o altro.

E qui forse vi è il ricorrere all’immagine della bacchetta magica o sfera di cristallo. Partendo dal presupposto che lo psicologo non “toglie” nulla, ritengo più veritiero l’intento più utile di “aggiungere”: aggiungere altri punti di osservazione al fine di allargare la propria prospettiva. Proprio come la metafora dell’imbuto capovolto (guardando verso il foro più piccolo si è in grado di vedere una determinata cosa, una volta capovolto si riesce a guardare intorno con una visuale maggiore) si aggiungono livelli e prospettive inesplorate, tesi ad allargare la visione/conoscenza di sé e del mondo circostante, proprio partendo da quegli stati d’animo inaccettabili, e si è in qualche modo costretti ad allargare allo stesso modo teorie e visioni a cui ci si era abituati o assuefatti.

Sono proprio il dolore o l’ansia con cui ci disponiamo ad affrontare un evento della nostra vita, che ci indicano proprio chi siamo, cosa ci sta accadendo, e possono essere risorse fondamentali per superare proprio quel momento critico che ci troviamo a vivere.

Lì dove mettiamo una barriera tra noi e le nostre emozioni, rischiamo di perderci nella nostra autenticità.

Quale terapia per quale paziente

A prescindere dalla matrice di pensiero dello psicoterapeuta, compito principale del terapeuta non è né educare né asservire, ma permettere la maggiore integrazione possibile de Sé e della propria storia. Quello che da Nietzsche viene definito: diventa te stesso!
Ad oggi esistono diverse forme di psicoterapia che possono spesso fuorviare la scelta di affidarsi ad un approccio piuttosto che un altro. Vi saranno pure tante strade ma credo che tutte tendano ad arrivare allo stesso punto, basta individuare quella più comoda per sé!

Cosa aspettarsi al primo colloquio con lo psicologo

Per il fatto che ogni problema psicologico si presenta in forme molto diverse da persona a persona, e che ognuno porta con sé il proprio modo personale di intendere la vita e sé, ma anche esperienze, convinzioni personali, valori, ricordi, emozioni e pensieri, ogni intervento tiene sempre in considerazione l’unicità della persona.
Durante il primo colloquio, al paziente è richiesto di firmare il modulo relativo al consenso informato. La firma di tali moduli è una garanzia per il paziente, che per mezzo di essi ha l’assicurazione scritta (con valore legale) che tutto ciò che emergerà nel corso delle sedute sarà soggetto al più stretto segreto professionale.
Se si tratta di problemi relativi a bambini o adolescenti al primo colloquio saranno presenti anche i genitori sia per ciò che riguarda il consenso informato e il consenso al trattamento, sia, qualora fosse necessario, poter accogliere le loro preoccupazioni ed esplicitare gli interventi più idonei al caso.

Dopo il primo incontro conoscitivo ne possono susseguire altri, da due a un massimo di quattro, con l’intento di approfondire la richiesta di aiuto di cui è portatore il paziente, comprendere in che modo un percorso di terapia possa essere utile e a che cosa e infine proporre il percorso di aiuto più adeguato in base al problema emerso. Terminata questa prima fa se avrebbe inizio il percorso di terapia vero e proprio.

Per psicoterapia si intende il trattamento dei disagi e dei disturbi psichici, effettuato prevalentemente attraverso i colloqui clinici tra paziente e terapeuta. Più specificamente, la psicoterapia è il processo in cui una persona, una coppia, una famiglia o un gruppo di persone incontrano uno psicoterapeuta con l’obiettivo di risolvere i propri problemi relativi alla sfera del comportamento, delle emozioni, delle credenze o del proprio modo di pensare.
Lo psicoterapeuta è un medico o psicologo, specialista del funzionamento psichico. Ciò vuol dire che ha una specifica specializzazione post-laurea che gli consente tecnicamente e legalmente di intervenire per la cura e il trattamento dei disturbi psicologici. Si avvale di conoscenze teoriche e pratiche maturate in seno alla Psicologia.

Le conoscenze teoriche riguardano la comprensione del funzionamento dell’essere umano dal punto di vista psicologico. Le conoscenze pratiche rappresentano invece gli strumenti di intervento veri e propri. Tra tutti lo strumento elettivo di questo lavoro sarà la stessa relazione terapeutica.

Psicoterapia dunque come conoscenza e superamento del proprio disagio, ma anche come opportunità di crescita e di operare quel faticoso processo di autenticazione del proprio sé.